Fiabe

Le favole, proposte per l’interpretazione musicale, sono tratte da:
“FAVOLE DALL’AFRICA” due volumi di Lino Ballarin, Ed. EMI

Favola n.1: LA PARABOLA DEL RUSCELLO
(proposta dai Lega del Congo R.D.)

La terra è piena di tribolazioni. Guardate per esempio ciò che succede all’acqua.
L’acqua è fatta per correre diritta per la via più corta verso il grande fiume: E’ il suo istinto.
E quando il ruscello, sceso giù dal monte versa tutta la sua acqua nel fiume più grande, questo, riconoscente per la nuova ricchezza ricevuta, premia il ruscello spingendo su per il suo corso schiere di pesci d’ogni genere. E il ruscello si rallegra per la nuova vita che fluisce in lui.
Così erano stabilite le cose da principio. Ma cos’è che va diritto su questa terra?
Quando il primo ruscello, precipitando dal monte, si diresse verso il grande fiume, si trovò quasi subito la strada sbarrata da un masso enorme. Impossibile scavalcarlo. Le acque si infransero contro di lui, poi dovettero girargli attorno con pazienza per continuare la strada.
Ma le tribolazioni erano solo all’inizio.
Più in la una montagna intera gli chiuse il passo. Il ruscello si gonfiò, cercò di qua e di là e finalmente trovò un varco per aggirare anche questo ostacolo. Più avanti incontrò una foresta compatta e intricata. Da che parte passare? Spinse le acque ad insinuarsi da ogni parte ed esse strisciarono tra rami morti e tronchi imputriditi, si trovarono un passaggio tra termitai e pietrosi accavallati un po’ dappertutto per sbarrare la strada, finché sbucarono nella vasta pianura.
Allora il ruscello raccolse le forze e s’avviò per la corsa finale.
“Ora” pensò “ la via è libera, finalmente!”
Macché! Incontrò ancora banchi di sabbia e piccoli rilievi che lo costrinsero a girare, voltarsi, tornare indietro, avanzare lentamente come un serpente ubriaco.
A un certo punto (ne aveva fatti di chilometri!) sentì il rombo del grande fiume ormai vicino. Prese la rincorsa … ma all’ultimo tratto una collina gli sbarrò la strada. Cercò ancora qua e là, girò, si gonfiò, niente da fare! E tornare indietro era impossibile. Allora decise di scavalcare la collina e di gettarsi giù dall’alto. S’arrampicò lentamente, lentamente con infinita pazienza e, infine, scaraventò con il fragore del tuono le sue acque nel grande fiume, sollevando una nube di schiuma bianca.
Il grande fiume fu tutto contento. Radunò una grande quantità di pesci e li spinse verso il ruscello, ma quelli tornarono indietro: impossibile risalire la cascata furiosa e alta.
Così il povero ruscello, dopo tante fatiche, restò anche privo del premio che si era veramente meritato.
Questa è la vita sulla terra. Tu sei un uomo pacifico, vuoi vivere d’accordo con tutti e guadagnarti onestamente la vita. Ma no! Incontrerai dei malvagi che ti tormenteranno, ti tenteranno, ti inganneranno fino a farti scivolare nella loro vita tortuosa. E alla fine: le mani vuote.
Questa è la vita dell’uomo sulla terra.

Favola n.2: LA MOSCA E IL RAGNO
(proposta dai Diola del Senegal)

“Non fidatevi del ragno! Non lasciatevi incantare dalla sua tela!”, ripeteva ogni giorno la madre mosca alle sue figlie da poco lanciate a fare acrobazie nell’aria.
“Si, mamma!”, rispondevano le mosche danzerine, dondolandosi e curiosando tra le piante e i fiori dell’orto.
Ma tutti sanno che i ragazzi non gradiscono io consigli dei grandi. Vogliono esplorare il mondo da se, vogliono far la propria esperienza, cominciare da capo.
Quella mattina la tela del ragno brillava di mille pietre preziose, le gocce di rugiada, sulle quali i raggi del sole dipingevano i colori dell’arcobaleno. La mosca più giovane, sfrecciando nel primo volo della giornata, si saziava del tiepido splendore che l’avvolgeva e si godeva il gioco dei colori.
Restò particolarmente affascinata davanti alla meravigliosa tela del ragno e cominciò a ronzarle attorno, a debita distanza, s’intende. Sentiva la voce ammonitrice della mamma; intanto, però, un’altra vocetta sussurrava: “Che male c’è? Starò attenta! E poi, se mi lancio con tutta la velocità delle mie ali, posso sfondare quella reticella fatta di niente”.
Il ragno, con un colpo leggero della zampetta, fece vibrare una corda della sua arpa luminosa e disse alla mosca: “Hai sentito la bella musica della mia arpa?”
“No!”, disse la mosca.
“Sfido, io!, sei troppo lontana. Avvicinati un poco. Non temere; non posso farti del male dall’angolo lontano dove sono. Attenta! Faccio vibrare di nuovo le corde del mio magico strumento”.
La mosca imprudente s’avvicinò di più e poi ancora un po’ di più, ma poi si lanciò in alto verso le cime degli alberi. Il ragno la seguiva con gli occhi e inghiottiva l’acquolina in bocca. La mosca tornò roteando incontro alla tela, l’arpa magica.
“Chissà che note armoniose zampilleranno se appena la tocco!”, pensava. Tentò di sfiorarla a volo radente, ma s’avvicinò troppo e le sue zampine restarono impigliate nei fili vischiosi della ragnatela. Inutile agitarsi. Il ragno le fu addosso e la immobilizzò avviluppandola in un bozzolo inestricabile di fili. Poi cominciò a succhiarle il sangue.
Povera mosca! La sua vita era durata appena due giorni.

 

Favola n.3: L’ANTILOPE E IL TOPO DI BOSCO
(proposta dagli Ibenga della Repubblica Centrafricana)

Presso un villaggio di pescatori, lungo il fiume Ubangui, abitavano due amici inseparabili, l’antilope e il topo di bosco. Ogni giorno gli uomini del villaggio montavano sulle piroghe e andavano a pescare con l’amo o la rete. Solo i nostri due amici non avevano piroga e se volevano mangiare pesce dovevano chiederla in prestito, ma questo non poteva durare per sempre. Qualcuno brontolava. Il topo, passando inosservato presso le capanne, aveva sentito le lamentele della gente: “quei due là, il topo e l’antilope, sono proprio insopportabili! Non potrebbero farsi una piroga anche loro come tutti gli altri?”.
Alla fine decisero di farsene una per non infastidire più nessuno. Ed eccoli partire per la foresta in cerca di due alberi adatti allo scopo. Il topo disse all’amica “Sono inesperto in questo lavoro, perciò voglio mettere il mio cantiere presso il sentiero in modo da poter avere critiche e consigli dai passanti e far meglio il mio lavoro”.
“Io, invece” disse l’antilope “preferisco mettermi in piena foresta per lavorare in pace senza le critiche dei curiosi. Saprò arrangiarmi da sola!”
E così fecero. Il topo abbatté un grosso albero presso il sentiero frequentato dalla gente e si mise al lavoro. Quando sentiva qualcuno venire, si nascondeva e ascoltava le critiche che fioccavano come aveva previsto.
Ecco arrivare un anziano carico di esperienza: “Non c’è male” diceva.” Questa piroga promette bene. Bisognerebbe, però, scavare di più da questa parte. La chiglia deve essere più slanciata”.
Un giovanotto, osservatore prudente, disse: “Io alleggerirei la poppa dove siede il rematore; farei i bordi un tantino più sottili.”
Il topo, valutando le indicazioni raccolte, anche se qualche volta contraddittorie, ottenne una piroga solida ed elegante e facile da manovrare.
L’antilope, tutta sola nel suo angolo remoto, costruì una piroga goffa e pesante.
Ora bisognava far arrivare le piroghe al fiume. Il topo invitò parenti e amici a un buon pranzetto. Quando poi arrivarono alla piroga, fu un coro di elogi per la precisione ed eleganza del lavoro, la legarono con grosse liane e la fecero scivolare in acqua. Il viaggio inaugurale fu un trionfo.
Qualche giorno dopo toccò all’antilope ripetere l’operazione. Non mancarono i clienti al pranzetto preparato con cura. Ma quando giunsero alla piroga scoppiarono in una risata. Qualcuno disse chiaro e tondo: “Non è una piroga, ma un truogolo! E’ impossibile che stia a galla, ed è fatica inutile trascinarla al fiume”.
Ma cedettero all’insistenza dell’antilope e l’accontentarono per farle costatare direttamente gli errori che aveva fatto. Spinsero il tronco in acqua e … stava a galla! Ma quando l’antilope vi entrò e tentò i primi colpi di remo, eco la piroga sbandare. Poco dopo cominciò ad imbarcare acqua e poi si capovolse. I presenti furono pronti a tirare in salvo la povera antilope delusa e piena di vergogna.
Il topo la consolò: “ Niente paura! Andremo a pescare insieme sulla mia piroga e avremo pesce a volontà”.
L’antilope ringraziò l’amico mentre una lacrima le scivolava dagli occhi, non si sa se per lo smacco subito o per gratitudine verso l’amico che non l’abbandonava in quel brutto frangente. Ma non dimenticò più la lezione.

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